Sta per arrivare la pausa estiva, dunque sono stata molto combattuta: iniziare nuovi percorsi di riflessione o rimandare a settembre?
Tuttavia, ho sempre trovato utile lasciar sedimentare gli input, quindi ho deciso di lanciare due pillole in questi due ultimi articoli (newsletter).
Voglio iniziare da qui, da questa domanda. Perché, a pensarci bene, le storie fanno parte di tutta la nostra esistenza.
Fin dall’infanzia, col racconto delle favole e delle fiabe, familiarizziamo con la narrazione e i suoi elementi (es. la tensione narrativa). Fin da piccoli ascoltiamo gli adulti mentre narrano o leggono.
Il suono delle parole
Io non ho avuto questa grande fortuna, ma ne ho avute altre. Le fiabe sonore hanno accompagnato ogni mia influenza. Venivo affidata ai miei nonni, che avevano un mangiadischi 45 giri. Con questo strano accricco, ormai considerato vintage, mi permettevano di ascoltare qualche storia speciale. Io avevo una passione sfegatata per Pinocchio, anche quando ero grandicella (10 anni) e ormai ricordo solo questo racconto.
Devo ammettere che, nonostante non ne fossi consapevole (come si può esserlo da bambini, se nessuno ce lo dice?), seppur da sola nella stanzetta degli “ospiti”, mi sentivo parte di qualcosa di più grande.
E oggi, dopo aver studiato l’argomento e tutte le tappe della narratologia, la sensazione è ancora più forte.
Il suono delle parole
Dal concetto di archetipo a quello di pensiero narrativo, ascoltare un racconto ci permette di essere parte della Storia della narrazione, altrimenti detto: ci permette di essere parte della Storia dell’Umanità.
Ed ecco la magia. Ascolto, suono, Storia delle storie.
Anche se in molti casi la voce è registrata e destinata a un pubblico ampio (Fiabe sonore, audiolibri, ecc), il racconto orale è sempre destinato a qualcuno. La differenza nei secoli sta nei dispositivi di registrazione introdotti nel Novecento e oggi divenuti parte integrante della nostra vita quotidiana.
Ma, di fatto, da sempre, la narrazione è relazione, perché è comunicazione, interazione. E anche l’ascolto di una storia, quindi, è relazione, perché è “ricezione (attiva)” di qualcosa a noi destinato.
Il suono delle parole
Se ci soffermiamo sul semplice concetto di comunicazione (dunque ci allontaniamo da quello più complesso di narrazione), dobbiamo prendere atto del principio di cooperazione. Nessuno può comunicare davvero se nessuno dall’altra parte ascolta attivamente ciò che sta dicendo.
Ora, non voglio entrare in tecnicismi, citando Grice o la teoria ostensivo-inferenziale di Sperber e Wilson. Non ci interessa, al momento. E non è questo il luogo.
Ma, in un momento in cui tutti sembrano gridare da soli in una piazza affollata (pensiamo a post e commenti sui social), è giusto ricordare che la comunicazione avviene quando c’è cooperazione, o meglio, interazione vera e propria.
Il significato è costruito insieme, da chi parla e da chi ascolta (ruoli che poi vengono di continuo scambiati dagli interlocutori).
Il suono delle parole
E allora anche il significato delle storie diventa co-costruito.
Pensiamo, infatti, alla critica letteraria, alle varie analisi dei testi classici, agli studi di letteratura comparata. O, più semplicemente, agli studi di italiano (comprensione del testo) e di letteratura dei tempi della scuola.
La filologia, in fondo, è questo: la ricerca della voce originale dell’autore, la ricerca dell’autenticità di ciò che ci giunge dal passato.
Come avrai già intuito, la mia riposta è sì.
Sì, prima di tutto, perché sono storie, dunque riproducono archetipi e schemi narrativi che sono sempre esistiti fin dai primi racconti. E questo non lo dico io, ma Joseph Campbell, anche se prima di lui qualcosa l’aveva capita anche Aristotele (La poetica).
Il suono delle parole
E, secondo motivo, sì, le storie di oggi hanno il suono del passato perché raccontano di noi, di chi siamo, di come interagiamo col mondo, di cosa proviamo, di cosa ricordiamo e, soprattutto, riproducono i nostri suoni identitari, ossia quelli della lingua e della cultura con cui principalmente ci identifichiamo.
Relazione, senso di appartenenza.
Cercherò di non essere ovvia. Non ti dirò che, se da un lato lettura e racconto sono per chi li ascolta un modo per “sentirsi parte”, dall’altro chi scrive sta ricoprendo il ruolo di chi connette, crea relazione, non solo con chi ascolta, ma con chi ha già raccontato in passato e con chi racconterà in futuro.
C’è, infatti, qualcosa di più.
Il suono delle parole
Se è vero (e sappiamo che lo è!) che la narrazione viene storicamente prima della scrittura e che, anche in presenza di quest’ultima, è stata trasmessa oralmente fino a pochi decenni fa, allora il passo verso la sonorità delle parole scritte è molto breve.
A tal proposito, se ti interessa approfondire la storia dell’ascolto e della lettura, ti suggerisco un libro davvero unico: Leggere in Europa di Lodovica Braida e Brigitte Ouvry-Vial, pubblicato da Carocci.
In questo volume, sono raccolti diversi lavori, che riportano perfino la storia dell’audiolibro. Dunque, il cammino verso quello che oggi viene definito una scorciatoia da molti, nel rifiuto quindi dell’audiolettura poiché lontana dal “lavoro degli occhi e della mente”, racconta invece le origini della narrazione che, prima di tutto, è stata trasmessa oralmente.
Ma pensiamo anche all’analfabetismo, fenomeno di recentissima estinzione nel mondo Occidentale. Quanti dei nostri nonni sapevano appena scrivere. L’obbligo scolastico previsto da molte leggi fin dall’Unità d’Italia, per esempio, non è stato poi rispettato davvero, nonostante anche la lontanissima legge Coppino abbia tentato di “punire” i genitori che non provvedevano all’istruzione dei propri figli. Poi, ovviamente, la storia del Novecento ha rimescolato le carte, con i suoi conflitti mondiali e lo stravolgimento del processo educativo.
Insomma, il punto non è leggere soltanto, scorrere gli occhi riga dopo riga, ma sentire dentro le storie, sentirsi parte di una storia (identificazione ed empatia) e della Storia.
Ed è per questo che, anche nella lettura silenziosa, in completa solitudine, magari all’interno delle quattro mura di casa, il suono della narrazione, oltre che quello della lingua, ci connette col mondo e con la Storia dell’umanità.
Il suono delle parole
L’uso delle parole, quindi, non solo nel loro significato ma anche nella loro espressione (significante), è fondamentale per tradurre l’esperienza della lettura in esperienza di ascolto e di appartenenza.
Scrivere un libro, quindi, lungi dall’essere quello che viene percepito oggi (ossia una celebrazione di se stessi), è di fatto una responsabilità verso gli altri, non solo quelli che ci leggeranno, ma anche coloro che hanno narrato ieri (bardi, scrittori e scrittrici, lettori e lettrici, madri e padri che hanno raccontato storie ai figli, ecc) e a coloro che narreranno domani.
Ed è qui che torna la solita distanza tra la scrittura di un libro e il fare letteratura.
Scrivere un libro è responsabilità, è essere parte di questo lungo filo che sorge nell’antichità. Un filo che si è allentato, che è stato preso in mano da molti, che spesso si è spezzato ed è stato riannodato, ma resta comunque una connessione col passato e col futuro.
Il suono delle parole
E ora ti faccio una domanda, che forse toccherà un po’ il tuo ego. Se è vero che scrivi perché vuoi essere ricordato/a, fai davvero di tutto per essere parte di questo cammino, per avere il diritto più di altri di tenere in mano il filo? Fai davvero di tutto perché la tua scrittura diventi letteratura?
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